Curare e rinnovare il palissandro: trattamento dei mobili in legno pregiato scuro
Il palissandro è uno dei legni più rappresentativi del Mid-Century Modern. I densi e oleosi legni tropicali del genere Dalbergia furono utilizzati a partire dagli anni ‘50 in Scandinavia, negli Stati Uniti e in Italia per credenze, tavoli da pranzo, poltrone e mobili da scrittura. La loro profondità cromatica spazia dal caldo marrone rossastro al nero violaceo intenso, mentre la venatura alterna linee tranquille a suggestive nuvole. Chi possiede un tale pezzo custodisce un frammento di storia culturale e commerciale: dal 2017 tutte le specie di Dalbergia sono inserite nell’Appendice II della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), e il palissandro di Rio (Dalbergia nigra) addirittura nell’Appendice I già dal 1992. I nuovi materiali sono quindi fortemente regolamentati, mentre i mobili storici sono di conseguenza molto apprezzati.
La cura di questi legni richiede moderazione. Il palissandro contiene per natura oli e resine che proteggono il legno dall’interno. Detergenti aggressivi, spray siliconici o strati spessi di cera alterano questo equilibrio più di quanto non lo preservino. È utile una pulizia a secco con un panno morbido di cotone, occasionalmente leggermente inumidito, e, a seconda della superficie, un’applicazione parsimoniosa di olio per mobili puro o di una lucidatura adatta al tipo di finitura presente. Prima di qualsiasi trattamento occorre porsi la domanda: come è stato originariamente trattato il pezzo — oliato, trattato con sapone, con gommalacca o con nitrolacca? Questa distinzione determina tutto il resto.
Materiali caratteristici e la loro logica di cura
Nei laboratori del Mid-Century Modern venivano lavorate principalmente tre specie di palissandro: palissandro di Rio (Dalbergia nigra) dal Brasile, dominante fino alla fine degli anni ‘60, con una venatura molto scura, spesso violacea; palissandro indiano (Dalbergia latifolia), utilizzato in misura crescente a partire dagli anni ‘70, dall’aspetto più tranquillo e dal tono leggermente più freddo; e palissandro di Santos o boliviano (Machaerium scleroxylon), botanicamente non appartenente al genere Dalbergia, ma visivamente affine.
Il trattamento superficiale varia a seconda della provenienza e del laboratorio. I produttori danesi come Poul Cadovius o Arne Vodder lavoravano spesso con una sottile finitura a olio o a cera d’olio, che lascia respirare il legno. Le produzioni tedesche e italiane ricorrevano più frequentemente a lacche nitrocellulosiche o poliestere, che creano una superficie chiusa e più lucida. Per le superfici oleate è indicato un post-trattamento parsimonioso con olio puro di palissandro o di teak, applicato in direzione della fibra e rimosso accuratamente dopo venti minuti di posa. Le superfici laccate non necessitano di olio, ma solo di una pulizia occasionale e, se necessario, del rinfresco della lucidatura da parte di un restauratore. Vanno evitate le lucidature per mobili a base di silicone: lasciano un film che complica notevolmente i successivi restauri.
Scuole regionali e i loro mobili
La scuola danese ha plasmato l’iconografia del mobile in palissandro come nessun’altra. Finn Juhl impiegò il palissandro di Rio già negli anni ‘40 in modo scultoreo, ad esempio nella Chieftain Chair (1949). Arne Vodder progettò per Sibast un’intera serie di credenze con caratteristici frontali dei cassetti colorati e superfici in palissandro dalla venatura profonda. Kai Kristiansen, Ib Kofod-Larsen e Johannes Andersen fornirono una grammatica complementare: ridotta, costruttiva, con giunzioni a coda di rondine a vista e maniglie incassate aperte. Poul Kjærholm utilizzò il palissandro nella sua serie PK per E. Kold Christensen spesso come contrasto all’acciaio e alla pelle.
In Svezia Nils Jonsson progettò per Troeds credenze di analoga chiarezza; in Norvegia Torbjørn Afdal e Bruksbo definirono la firma locale. L’Italia impresse accenti diversi: Ico Parisi, Osvaldo Borsani e Gio Ponti abbinarono il palissandro a ottone, marmo e superfici laccate. Negli Stati Uniti George Nakashima usò il palissandro con parsimonia, per lo più in combinazione con il noce americano, mentre Vladimir Kagan lo impiegò per strutture scultoree. La conoscenza di queste scuole è utile per la cura: una credenza Sibast richiede un approccio diverso rispetto a una scrivania Borsani.
Autenticità e stato di conservazione per i collezionisti
Per i collezionisti, oltre alla firma conta la sostanza. Vanno verificati i marchi del produttore (timbri a fuoco, targhette metalliche, etichette adesive come il tondo segno Dansk Møbelkontrol), la costruzione (traverse massicce, giunzioni a coda di rondine ben eseguite, superfici impiallacciate su supporti massicci) e lo spessore dell’impiallacciatura. Le produzioni danesi più antiche lavorano con spessori di impiallacciatura intorno a 1,5 millimetri, le produzioni industriali successive spesso con strati notevolmente più sottili. Un’impiallacciatura eccessivamente levigata è irreversibile: può essere rioliata, ma non ripristinata.
I problemi tipici riguardano sbiancatura solare, aloni d’acqua, macchie da calore e ingrigimento da raggi UV. Il palissandro di Rio si trasforma con la luce, a volte si scurisce, a volte perde il tono violaceo diventando più brunastro. Questa patina fa parte della storia e non dovrebbe essere eliminata con schiariture aggressive o ritinteggiature. I restauri sostanziali (nuove impiallacciature, levigatura completa, moderni strati di lacca) riducono il valore collezionistico. Per le vendite rilevanti ai fini CITES all’interno dell’UE è necessario un certificato CE per Dalbergia nigra, e una prova di provenienza per le altre specie di Dalbergia. Chi acquista dovrebbe farsi mostrare questi documenti.
Su mid-centurydesigns.com ogni mobile in palissandro viene verificato prima dell’inserimento in inventario per provenienza, stato di conservazione e originalità. Lo spessore dell’impiallacciatura, la struttura superficiale, i marchi del produttore e, ove necessario, la documentazione CITES vengono documentati. I restauri avvengono con discrezione e in accordo con laboratori esperti, al fine di preservare la patina. In questo modo rimane intatto ciò che rende il palissandro un legno da collezione: la narrazione autentica di un pezzo, del suo laboratorio e del suo materiale.